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Civitella Alfedena: storia, leggenda, usi e costumiOrigini Durante l'Impero di Augusto, secondo la divisione dell'italia del tempo, Civitella Alfedena era compresa nella Quarta Regione, sotto l'influenza dei Sanniti. Nonostante Civitella Alfedena sia il più antico paese della vallata a tutt'oggi è impossibile risalire con certezza alla data della sua fondazione. Diversi studiosi ritengono che sia sorta originariamente nel posto ove è attualmente ubicata, a seguito della distruzione di Alfedena avvenuta nelle guerre del tredicesimo secolo. E' qui infatti che avrebbero trovato rifugio gli abitanti fuggiti da Alfedena. Altri studiosi sostengono che Civitella fosse l'antica e potente città Marsa "Fresilia", che fu conquistata nell'anno 450 di Roma da Marco Valerio Massimo che la sottrasse ai Marsi e, otto anni dopo, da Postumio Megello che la sottrasse quindi ai Sanniti. La tesi principale e più attendibile è quella che vede Civitella Alfedena come cittadella avanzata, luogo di villeggiatura della importante ed antica città di Alfedena (Auphidena) che fu capitale dei Saraceni, Sanniti Superiori, divisione dell'antico popolo dei Tirreni. Difatti, nei tenimenti di Civitella si rinvennero oggetti vari di antichità, bagno, acquedotto ed ambulacro su

costumi saraceni. La lingua che si parlava in tutta la zona era quella "Osca" o "Opica". Lo sviluppo del centro storico nella sua attuale configurazione avvenne nel corso del '700 mentre nell'800 si verificò una discreta espansione nelle strade limitrofe.
Il feudalesimo Dal dodicesimo al diciannovesimo secolo a Civitella Alfedena hanno dominato diverse famiglie di feudatari, succedutesi a seguito di avvenimenti violenti o per vendita delle proprietà: la famiglia dei Di Sangro dal 1154 a 1400, quella dei Cantelmo dal 1400 al 1579, i Ciorla dal 1579 al 1697 ed infine i Della Posta dal 1697 al 1850. Durante le vicissitudini delle famiglie feudali civitellesi molti furono gli avvenimenti ed i fatti che interessarono gli abitanti del paese. Intorno agli anni 1030 - 1060 padre Domenico dei Benedettini, aveva fatto costruire a Roccatramonti un fortilizio per farvi rifugiare gli abitanti della zona durante le continue scorrerie degli uomini armati, che avvenivano regolarmente nella valle. In questo periodo Civitella Alfedena fu completamente abbandonata e rimase spopolata diventando, di conseguenza, feudo rustico di Roccatramonti. La stessa Roccatramonti era stata, in precedenza, feudo rustico di Civitella. Questa fortificazione della quale esistono ancora ruderi fu distrutta nel 1240. Alcuni abitanti terrorizzati e in fuga, sembra circa venti famiglie, scelsero di tornare a vivere a Civitella Alfedena, e un'altra parte, sette famiglie, scelsero un luogo diverso avviando la fondazione di Villetta Barrea, nell'aqmbito del Comune di Barrea che si trova sotto l'egìda del monastero di Sant'Angelo in Barreggio. Il comune di Civitella Alfedena fu per molti anni unito a quello di Barrea, che comprendeva anche Villetta Barrea. Successivamente separatisi da Barrea, i comuni di Civitella e Villetta furono per un certo periodo uniti fino al 1840.
Carestia, peste, briganti e terremoti Tra il 1647 e il 1648 l'intero Abruzzo fu colpito da una grande carestia, nel corso della quale il prezzo del grano raggiunse 30 carlini la coppa. Nel 1654 vi fu un violentissimo terremoto, gravi furono i danni e molti i morti. Due anni dopo, nel 1656 arrivò anche la peste, che decimò definitivamente la popolazione. Basti solo pensare che

in questa circostanza a Pescocostanzo ci furono oltre 1300 morti e a Castel di Sangro, che contava intorno a 6000 abitanti, ne restarono poche decine. Anche nella valle del Sangro ci fu una vera e propria decimazione degli abitanti. A Civitella Alfedena le famiglie passarono da 48 a 37, a Villetta Barrea da 97 a 54, ad Opi da 99 a 77, e infine, a Pescasseroli da 249 a 184. Anche il fenomeno del brigantaggio fu molto duro e sentito. Si ricorda la notte del 21 luglio del 1861 quando il paese fu completamente saccheggiato da una banda di oltre 40 briganti comandati da Domenico Coja, dello "centrillo". Nella zona operarono anche i famosi briganti Fuoco e Tamburini. Questi usavano scrivere dei biglietti quale mezzo di ricatto. Chiaramente chiedevano denaro. Ad un proprietario di armenti che non riuscì a consegnare in tempo, e cioè entro l'ora stabilita, il denaro del ricatto richiesto, il brigante Fuoco uccise 300 montoni; il denaro giunse proprio mentre stavano uccidendo il trecentesimo montone. Il brigante, come se niente fosse accaduto, intascò ugualmente i soldi ed inviò, poi al "don..." le più sentite scuse.
La popolazione Nel 1851 gli abitanti di Civitella erano 713. Non è possibile conoscere il numero esatto di abitanti per i secoli precedenti in quanto i censimenti venivano svolti facendo riferimento alle famiglie "fuochi" residenti. Nel 1709 vi si

trovavano 95 famiglie. Nei secoli e negli anni precedenti la popolazione si era gradualmente incrementata, salvo, logicamente, in occasioni di calamità caratterizzate da molti morti. Nel 1851 il censimento fu invece fatto per abitanti. E' interessante notare la composizione della popolazione in quel momento. Su un totale di 713 abitanti, 388 erano maschi e 325 femmine. Gli sposati erano 107, i vedovi 11, le vedove 39. Quanto a condizione e professione, vi erano un avvocato, un farmacista, un medico e un ostetrico. I preti erano 4 ed i maestri di scuola 2. La maggioranza degli abitanti era occupata nelle attività agrosilvo-pastorali.
Economia Le attività economiche si svolgevano, come nel resto del meridione, a livello di mera sussistenza. L'agricoltura era molto povera e non riusciva neppure ad assicurare, nell'arco dell'intero anno, la normale alimentazione delle persone appartenenti alla famiglia. Abbastanza fiorenti furono invece le attività legate all'industria armentizia. Diverse erano le famiglie proprietarie di armenti che, bisogna dirlo, si distinsero particolarmente nella gestione di tali attività tanto da assicurare occupazione a moltissima manodopera locale ed anche a quella dei paesi vicini. Le famiglie più importanti sotto il profilo economico-occupazionale erano: Antonucci, Casale, Jannucci, Antonucci-Tarolla, Di Loreto. Seguivano poi altre famiglie ugualmente benestanti come: D'Amico, Cimini, Vagnone, Di Tullio, Rossi. Caratteristica della pastorizia era la transumanza, le cui tracce ancora oggi sono

ben visibili e rivalorizzate sotto il profilo culturale. Nel 1850 l'emigrazione invernale, attraverso il tratturo, portò settanta pastori nelle puglie. Nello stesso anno gli animali transumati furono i seguenti: 10.500 pecore, 300 capre, 42 buoi, 20 vacche, 85 muli, 32 somari. Molto inferiore il patrimonio zootecnico stanziale, il quale era generalmente di proprietà dei contadini: 137 pecore, 18 buoi, 40 vacche, 26 muli, 8 somari e 116 maiali.
Superstizioni, credenze e rimedi popolari Le credenze e la superstizione erano molto vive. Gli avi civitellesi credevano alle streghe. Il rimedio contro di esse, che visitavano soprattutto i bambini malati durante la notte, consisteva nel sistemare dietro la porta di casa la "granata" ed un sacchetto di miglio: "la lammìa" (strega in dialetto civitellese) non sarebbe potuta entrare in casa finquando non avesse contato tutti i semi di miglio e tutti i fili della "granata". Ciò non sarebbe stato possibile in quanto nel frattempo che ella contava sarebbe diventato giorno. La credenza popolare asseriva che se una donna incinta avesse mangiato carne animale ucciso da lupo ella avrebbe partorito un figlio incapace di allattarsi al seno materno. Per porre rimedio all'evento ella avrebbe dovuto di nuovo mangiare carne addentata da un lupo.Le credenze popolari tipiche del centro-sud come fatture e malocchi, erano ben radicate, così come la certezza che l'olio versato in terra sarebbe stato di cattivo auspicio.